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lunedì 4 agosto 2014

S.Giovanni della Malva

Renato Salvatori e Lorella de Luca in "belle ma povere" 1957 Dino Risi, sequel del fortunato Poveri ma belli dell'annno precedente, con lo stesso cast..

La piazza si trova alle spalle di piazza trilussa , un luogo rimasto quasi inalterato nei secoli , malgrado le demolizioni che hanno interessato tutto l'ambiente circostante a partire dal 1883 per i muraglioni sul tevere. La cinematografia ce la consegna in molti episodi del neorealismo, tra i quali ricordiamo "Belle ma Povere" e "faccia da schiaffi" con Gianni Morandi.


Gianni Morandi in "faccia da schiaffi" 1970 a piazza della Malva

La chiesa di S.Giovanni della Malva è molto antica: menzionata nel XII secolo in una bolla papale di Callisto II con il nome di "S.Johannis prope portam" (ovvero "in prossimità della porta", in riferimento alla  Porta Settimiana) come filiale di S.Maria in Trastevere e nel XIV secolo come "S.Johannes ad Janiculum" (ossia "presso il Gianicolo"), rimane invece incerto il toponimo attuale: secondo alcuni si riferisce alle piante di malva che crescevano tra le fessure dell'edificio, secondo altri ad una famiglia Malva che avrebbe vissuto nelle vicinanze. In occasione del Giubileo del 1475 papa Sisto IV la fece restaurare perché la contemporanea costruzione di Ponte Sisto

l'edicola sacra a piazza s.giovanni della malva

 pose la chiesa lungo il percorso che conduceva i pellegrini al Vaticano, anche grazie al successivo tracciato della "Via Saneta. Purtroppo nei secoli successivi la chiesa fu progressivamente abbandonata tanto che nel 1818 venne presa la decisione di demolirla: nel 1851 fu ricostruita ex novo, per volontà dei duchi Grazioli, dall'architetto Giacomo Moraldi. L'antica chiesa a tre navate venne così sostituita dall'attuale a croce greca con cupola semisferica: sull'atrio, separato dalla chiesa da due colonne corinzie, si trova la cantoria.

antica incisione della piazza


 La decorazione interna è affidata ad alcune tele risalenti al Settecento e all'Ottocento, che sostituirono quelle più antiche, andate purtroppo distrutte: sull'altare maggiore è situata una pala raffigurante la "Vergine tra i Santi Giovanni Battista ed Evangelista", di autore ignoto. La facciata si presenta a tre ordini verticali: su quello centrale, sopra il portale d'ingresso, è situato un bassorilievo anch'esso raffigurante la "Vergine con S.Giovanni Battista e S.Giovanni Evangelista", mentre sui due ordini laterali si trovano due bassorilievi con i simboli iconografici dei due santi, un agnello per S.Giovanni Battista ed un'aquila per S.Giovanni Evangelista. Sull'architrave si trova l'epigrafe "DEO SACR IN HONOR DEIP IMMACVL ET SS IOAN BAPT ET EV", mentre al centro del timpano triangolare che conclude la facciata è situato lo stemma dei Grazioli. Dal 1° agosto 2004 la chiesa è la sede della Comunità albanese a Roma.


mercoledì 26 febbraio 2014

La Barca del "Ciriola" : dall'Inghilterra al Porto di Ripa Grande

Dalla storia dei Fiumaroli al "Ciriola"

L’anno più brutto per i fiumaroli fu il 1932, quando ai romani che abitualmente passavano l’estate in riva al fiume fu intimato di andarsene per far posto a una colonia estiva fascista. Il territorio del contendere era una lingua di sabbia fluviale fra Ponte Duca d’Aosta e Ponte Risorgimento. Un nome che ancora aleggia nei ricordi dei vecchi del Tevere: la Spiaggia dei Polverini. 






















Era già quello di allora un modo come un altro per rifare pace con il fiume. Come una pacca sulla spalla che si dà a un vecchio amico col broncio. Perché Roma è del Tevere e i romani pure e da quando Garibaldi fece erigere i muraglioni (per salvare Roma dal suo fiume, anche questo va detto), quel rapporto e quella dipendenza si sono affievolite sempre di più, fino a sparire del tutto. Oggi il fiume e la città si sfiorano senza quasi toccarsi. Bisogna arrivare fin oltre Ponte Marconi per rivedere il bacio fra il Tevere e la terra, anche se la vita scorre molti metri più su, sul nuovo piano stradale che ha messo in sicuro le case dalle piene, le vite dalle acque limacciose. I fiumaroli, cioè coloro (sempre meno) che passano le loro giornate sul Tevere fra kajak, canottaggio e chiacchiere su un barcone dipinto in colori squillanti, ormai sono quasi una specie in via d’estinzione. Questi romani speciali hanno giusto un sussulto di notorietà il primo dell’anno con il tuffo da Ponte Cavour degli emuli di Mister Okay, quando Roma si ricorda di avere un fiume, ma l’attenzione non è quasi mai per loro che pure lo pensano tutto l’anno. 


Barcone del ciriolò anni 60

Fu dal 1932, dunque, che ai fiumaroli di Roma venne chiesto di ritirarsi in buon ordine. Chi aveva qualche soldo in più si spostò sui barconi dei dopolavoro e dei circoli, gli altri finirono sulla chiatta de Er Ciriola, la barca di un pescatore di anguille (le ciriole in romano) che si prestò a sostituire Polverini. Di quell’epoca rimane un film, Poveri ma belli, e i ricordi di chi ha avuto un parente che ha frequentato le feste e quella spiaggia galleggiante. Doveva essere una stagione “mitica”, in piena sintonia con la storia profonda della città. I romani facevano quello che avevano sempre fatto dalla notte dei tempi: fare il bagno al fiume. 


Da Carnen di Trastevere..con Lino Ventura e Giovanna Ralli


Un intera generazione di registi ed attori si è avvalsa dell'ambientazione della barca del Ciriola , le pellicole del neorealismo ce ne hanno riempito , per fortuna di immagini: si va dai ragazzi di vita ed Accattone di Pasolini a Poveri ma Belli e Carmen di trastevere..passando per tutta una serie di pellicole minori che il web può aiutarvi a scoprire, mostrando il ritratto di un Italia e di una Roma tra la ricostruzione del dopoguerra al Boom.




Chi era il Ciriola:

Che personaggio "er ciriola"! Luigi Rodolfo Benedetti, nato nel rione Regola, aveva un negozio di elettricista e alternava questa attività a quella di fiumarolo col suo galleggiante, attrezzato a "stabilimento balneare" sul Tevere.Veniva chiamato "ciriola" cioè "anguilla" perché, proprio come un’anguilla di fiume, si muoveva disinvolto nel Tevere. E non solo per proprio piacere, ma si tuffava tutte le volte che una vita era in pericolo e con sangue freddo e capacità, riportava in salvo chi si trovava in pericolo tra le acque del fiume. Er ciriola ricevette 160 medaglie per le 160 vite che aveva strappato al Tevere.Tra gli anni ’40 e ’70 il "Galleggiante d’er Ciriola" fu il punto di riferimento per i giovani romani. Snobbato da molti come luogo di divertimento dei"poveracci" si prese la sua rivincita quando Dino Risi lo utilizzò per ambientarci molte scene del suo magnifico"Poveri ma belli", nel 1956. Allora iniziò l’epoca d’oro per il galleggiante ed il suo proprietario. Divennero un mito del fiume. E il mito rimase anche quando un incendio pose fine all’attività e alla vita del barcone, nel 1970.



...Risalendo il fiume dall'arsenale di Porta Portese, l'isola ed i nostri ponti oltre Duca amedeo Aosta..oltre la mole di Castel S.Angelo  un tempo Fino la fine degli anni 80).. avremmo potuto vedere un grosso barcone in stato di completo abbandono, costituito da un lungo scafo sul cui ponte sorgeva una baracca costellata di oblò, con la scritta sui fianchi: "La nave dei folli".



Era un vecchio scafo dalle origini incerte: si sapeva che un tempo era utilizzato come trasporto da Fiumicino al Porto fluviale di Ripa Grande, dopo la grande guerra, un "fiumarolo" romano ne entra in possesso e, dopo avergli tolto il motore, aveva costruito quella lunga cabina trasformandolo in uno stabilimento fluviale: allora il "biondo Tevere" non era una cloaca a cielo aperto, e molti Romani vi si bagnavano.




Prima dell'ultima guerra la gestione passò al figlio del vecchio fiumarolo, di nome Rodolfo Benedetti, soprannominato "er Ciriola" perchè in acqua nuotava più lesto delle anguille, che a Roma sono dette "Ciriole",: anche egli un vecchio fiumarolo che, nella vita, salvò più di 180 vite di persone in procinto di annegare, raccogliendo oltre 50 medaglie ed onoreficenze per questo.




Con lui la Nave dei folli conobbe anni gaudenti di spensieratezza, fino a che, settantenne gli acciacchi di una vita letteralmente "Passata a mollo" lo spensero in un lettino dell'ospedale Santo spirito, verso la fine degli anni 50, ed il barcone, abbandonato, divenne asilo di un vecchio barbone che vi dimorò incontrastato sino la fine degli anni 70, quando rese l'anima a Dio ed il barcone agli dei tutelari del Tevere.




Rimasto in abbandono, circa 10 anni dopo attirò l'attenzione nientepopodimeno che di un Capitano di Vascello del genio Navale: Franco Gay, autorevole cultore di storia e costruzioni navali il quale, osservandolo, si accorse che lo scafo era in piastre di acciaio rivettate, aveva un dritto di prora  verticale e rinforzato, una poppa dalla strana linea e,  al centro, uno scasso che non poteva che essere il passaggio di un asse destinato a far ruotare due ruote a pale.
Tutto questo, specie la fattura dello scafo in piastre e la struttura della prora, facevano pensare ad una nave militare, non certo ad una chiatta.
Basandosi su questi ed altri riscontri, il Comandante Gay giunse alla convinzione che si trattasse dello scafo di una unità fluviale, facente parte di una piccola squadra di tre piroscafi a pale da 72 tonnellate, acquisita in Inghilterra nel 1841 dalla marina Pontificia.

le corvette a ripetta


Le tre navi erano state condotte a Roma dal tenente colonnello Enrico Cialdi, dopo un avventuroso viaggio di quasi Mille Miglia iniziato nel Maggio del 1842 a Blackwall, sul Tamigi, attraversando poi la manica, i canali interni della Francia, il Mare Tirreno e, risalendo il Tevere, giunte  al porto di Ripa Grande.




I piroscafi erano il Blasco de garay, il Papin e L'Archimede, a sopravvivere alle vicissitudini della storia fu proprio quest'ultimo che, senza mai lasciare il Tevere, fu rimorchiatore, trasporto mercie , anche, unità doganale del Papa Re, giungendo a navigare in questa veste, fino all'altezza di Passo Corese.


La dogana di Porto a Porta portese

Caduto il Regno Pontificio passò a quello d'Italia e fu attivo fino alla grande guerra; i registri del naviglio lo indicavano come la più antica nave a vapore italiana, ma con l'abbandono dell'Arsenale di Porta Portese e il graduale passaggio delle merci per strada ferrata anziché via fiume, l'Archimede fu abbandonato, ma la rustica ristrutturazione , prima del fiumarolo, poi del figlio"er Ciriola", lo riportarono ad una nuova e scapigliata giovinezza durante la quale fu immortalato come suddetto, da molto cinema neorealista.



L'arsenale di Porta Portese...all'estero lo avrebbero riqualificato a museo..da noi è in magazino di materiali edili..chissà se l'imu la paga il comune per conto suo...

A questo punto nell'ottobre del 1987, il Comandante Gay pensò bene di rivolgersi all'allora sindaco Signorello, Democristiano..illustrandogli brevemente il suo progetto: viste le buone condizioni di conservazione dello scafo e l'esiguità delle sovrastrutture originali, sarebbe stato agevole e poco costoso restaurare il vapore e restituirlo, anche se non navigante, ma identico all'originale, alla Città.



Il progetto riscosse interesse, plausi e lodi ma...niente di fattivo se non una copiosa serie di ma, di se, di forse e di vedremo, fino a che, e forse fu una fortuna, l'antico Dio Tevere decise di dirimere tutte le annose controversie a modo suo: una piena improvvisa travolse il vecchio scafo in una notte tempestosa, e alla mattina, là dove ormeggiava cigolante la "Nave dei Folli", si trovò solo un placido specchio d'acqua, dell'Archimede, divenuto barcone del Ciriola non rimase nemmeno una traccia, sotto i ponti e nemmeno alla foce..sparì avvolto da polemiche e mistero..cosnegnato alla storia da molti fotogrammi..e questo breve racconto.



martedì 21 gennaio 2014

venerdì 31 maggio 2013

Ville del colle gianicolo





Villa Aurelia

Villa Aurelia (situata al civico 1 di largo Porta S.Pancrazio) appartenne al cardinale Gerolamo Farnese che la fece costruire intorno al 1650 "sopra uno dei torrioni vecchi della città in modo tale che sembrasse più tosto loggia che habitatione", come risulta in un documento dell'Archivio di Stato di Roma. A fianco della nuova costruzione si trovava una casa appartenente ad Alessandro Farnese, poi Paolo III, che il cardinale Gerolamo fece ornare con pitture. Villa Farnese (così era chiamata a quei tempi) era costituita di due piani: al pianterreno, ad arcate cieche, erano situate sei finestre ed un portone nella seconda arcata, mentre al primo piano si trovava una loggia di tre archi e tre finestre in corrispondenza delle sottostanti aperture. Una scala a chiocciola, tuttora esistente, conduceva ad una loggia pensile con galleria centrale ed altre due logge isolate. Aggiunte recenti sono rappresentate dal lungo corpo ad un piano che si innesta ad angolo retto sulla parte antica ed il pronao su due pilastri antistante la porta d'ingresso. Grande rilevanza aveva il cosiddetto "giardino de' Farnesi": un viale di cipressi conduceva al piazzale antistante la facciata nord (quella principale), davanti alla quale si estendeva il grande giardino all'italiana l'ingresso della villa dinanzi a porta S.Pancrazio). La villa rimase in proprietà dei Farnesi di Parma fino al 1731, quando passò ai Borbone di Napoli; nel 1775 passò al conte di Giraud. Nella prima metà del XIX secolo divenne proprietà del marchese Muti Papazzurri Savorelli con il nome di Villa Savorelli, che la fece restaurare da Virgilio Vespignani, autore anche dell'adiacente porta S.Pancrazio. Per la sua posizione dominante, che consentiva un'ampia visione dei campi di battaglia, Villa Savorelli fu adibita a quartier generale di Garibaldi nel 1849 e per questo motivo fu gravemente danneggiata dai bombardamenti francesi che distrussero totalmente il casino di Paolo III, dopichè Garibaldi spostò il suo quartier generale a Villa Spada. L'edificio fu ricostruito nel 1856 ed alla fine dell'Ottocento divenne proprietà di Clara Jessup di Filadelfia, moglie del maggiore inglese Heylard, che vi fece eseguire interventi di ristrutturazione nel 1908, cambiandole il nome in Villa Aurelia. Alla sua morte fu lasciata in eredità all'Accademia Americana. Nel frattempo uno dei fondatori dell'Accademia, J.P.Morgan, aveva acquistato un vasto terreno a sud di porta S.Pancrazio, dove nel 1912 venne costruita la nuova sede dell'Accademia. L'edificio , situato in via A.Masina 5, è ispirato a linee architettoniche neorinascimentali con loggia a tre arcate sul prospetto principale e corpi laterali aggettanti e più bassi; tra queste ali ed il monumentale cancello d'ingresso si trova un piccolo giardino con una fontana al centro. Dopo l'ingresso si apre un porticato imponente su un cortile interno sistemato a giardino con vialetti alla veneziana. In occasione della costruzione, al di sotto dell'attuale edificio fu rinvenuto un lungo tratto, in opera mista, dell'Acquedotto Traiano, lo stesso che, dopo le opportune opere di rifacimento di Paolo V, alimenta la vicina fontana Paola.

Villa Lante 




Villa Lante è posta sulla sommità del Gianicolo e fu fatta costruire da Baldassarre Turini, ricco mecenate di origine toscana e ben introdotto alla corte pontificia, in quel periodo in mano ai pontefici della famiglia Medici, tanto da essere dapprima nominato datario di Leone X e poi segretario di Clemente VII. Le notizie che riguardano la costruzione della villa sono assai scarse: si può desumere, sulla base di alcuni documenti, che i lavori iniziarono nel 1518 e che l'architetto fu Giulio Romano, allievo prediletto di Raffaello, mentre la decorazione pittorica fu eseguita da altri artisti della scuola: Vincenzo Tamagni da S.Gimignano, Polidoro da Caravaggio e Maturino. Dopo un'interruzione di alcuni anni, probabilmente tra il 1521 ed il 1523, ovvero dalla morte di papa Leone X alla nomina di Clemente VII, i lavori furono portati a termine nel 1525. L'entusiasmante presenza nel salone del famoso graffito “A dì 6 de magio 1527 fo la presa di Roma” ci informa che la villa venne conquistata durante il Sacco di Roma, ignorando però se sia stata anche danneggiata. La villa presentava un giardino di forma quadrangolare antistante la facciata ed un viale in asse con la palazzina. Il proprietario la utilizzò come residenza di campagna per feste e riunioni letterarie, ma non molto tempo dopo la sua morte, avvenuta nel 1543, gli eredi prima affittarono la villa al cardinale Georges D'Armagnac, ambasciatore di Francia, e poi, nel 1551, vendettero la proprietà ai Lante, anch'essi di origine toscana, presenti a Roma sin dal Trecento. Questa famiglia, proprietaria di alcuni terreni limitrofi, provvide ad ampliare ancora di più il giardino, che si estendeva lungo il pendio verso via della Lungara e ricopriva gran parte del colle fino all'orto del convento di S.Onofrio. Una parte di questo terreno venne però tagliato quando Urbano VIII, all'inizio del 1640, fece costruire le mura Gianicolensi: a risarcimento del danno, i Lante ottennero la villa di Bagnaia ed il titolo di duchi di Bomarzo. Nel 1817, a causa dei dissesti finanziari della famiglia Lante, la villa fu acquistata dal principe Camillo Borghese, il quale fece restaurare l'edificio all'architetto Luigi Canina. Nel 1837 l'edificio, con il terreno, fu ceduto a Maddalena Sofia Barat, fondatrice della Congregazione delle Suore del Sacro Cuore di Gesù, che vi fece costruire la chiesa del Sacro Cuore di Gesù con ingresso da via di S.Francesco di Sales. La sistemazione a parco pubblico di questa zona del Gianicolo portò via a villa Lante una grossa parte del giardino, che restò abbandonato a sé stesso, così come anche l'edificio. Quando la villa non fu più necessaria al convento, le suore decisero di affittarla: nel 1880 fu locata all'archeologo Wolfgang Helbig ed alla moglie Nadine Schahawskoy, che vi risiedettero fino alla loro morte, avvenuta, rispettivamente, nel 1915 e nel 1922. I coniugi Helbig, che nel 1909 avevano poi acquistato la villa, provvidero ad un importante restauro dell'edificio e del giardino, apportandovi anche un bel periodo di gloria, perché numerosi furono gli ospiti di riguardo, come Carducci, D'Annunzio, Tolstoj e Wagner. Nel 1950 i loro eredi vendettero la proprietà allo Stato di Finlandia, che lo destinò a sede della sua Ambasciata presso la Santa Sede e dell'Institutum Romanum Finlandiae, che si occupa di ricerche archeologiche. Villa Lante, situata al civico 10 della Passeggiata del Gianicolo e costruita su un rudere antico (forse la villa di Marziale) o medioevale, è fra le ville rinascimentali romane quella che più ha conservato il suo aspetto originario, tranne che per la ricca cancellata che precede la villa, fiancheggiata da due antiche colonne doriche, leggermente arretrata rispetto a quella originaria durante i lavori effettuati dagli Helbig. La facciata sviluppa su un pianterreno rialzato, autentico piano nobile, un primo piano ed un ammezzato; una doppia rampa di scale, che nell'Ottocento sostituì la scala originaria, introduce al portale (nella mfoto 2), fiancheggiato da due semicolonne in peperino, ai lati del quale vi sono due finestre entro paraste doriche binate. Il primo piano è scandito da paraste ioniche in stucco ai lati di tre finestre con balcone, collegate da un architrave sopra il quale si trova l'ammezzato con finestrelle quadrate. Il piano nobile è composto dal salone di forma quasi quadrata, da tre sale più piccole, dal vestibolo e dalla loggia, che si estende sulla facciata orientale. Il vestibolo presenta una forma rettangolare con volta a botte e conduce direttamente al salone, anch'esso di forma rettangolare e coperto da una volta “a specchio” con le originarie divisioni in comparti, all'interno delle quali vi erano dipinti e sculture. Tra questi, otto busti in terracotta ed otto ovali dipinti con le imprese araldiche del Turini e di Clemente VII; al centro svetta ancora lo stemma di papa Paolo V Borghese. Gli scomparti vuoti, invece, conservavano 32 affreschi piccoli con amorini e divinità e 4 più grandi con storie inerenti al Gianicolo: tra questi ricordiamo il Rinvenimento dei sarcofaghi di Numa Pompilio di Polidoro da Caravaggio. Nel 1837, quando l'edificio fu acquistato dall'ordine religioso delSacro Cuore, che vi creò un asilo infantile, gli affreschi, per i loro temi, furono ritenuti indecenti. La famiglia Borghese ottenne così il permesso dal papa di staccarli e soltanto nel 1891 furono acquistati da Henriette Hertz e collocati apalazzo Zuccari. Dal salone si passa infine alla splendida loggia (nella foto 3) con il motivo della serliana (ovvero una finestra trifora scandita da colonne con l'apertura centrale ad arco e due aperture laterali architravate) e decorata con stucchi eseguiti nel 1531 da Giovanni da Udine: chiusa nel 1807 dal Valadier, fu riaperta nel 1950 quando divenne proprietà finlandese.

Villa sciarra


Villa Sciarra sorge alle pendici del Gianicolo, delimitata dalle Mura Gianicolensi, da via Calandrelli e via Dandolo. Fin dall'antichità questa zona era occupata da orti e giardini, tanto che qui sorgeva il bosco sacro della ninfa Furrina, dove nel 121 a.C. Gaio Gracco si fece uccidere dal suo schiavo Filocrate, dopo la sua inutile fuga dall'Aventino. In seguito la zona divenne parte di quell'enorme spazio verde noto con il nome di Horti Caesaris, dove la leggenda vuole che Giulio Cesare abbia ospitato Cleopatra durante il suo soggiorno romano: gli Horti, alla morte di Cesare, furono lasciati in eredità al popolo romano. Qui sorgeva anche il piccolo santuario delle divinità siriache (nella foto1), 















scoperto nel 1906 durante i lavori per la costruzione della casina del custode della Villa ed il cui ingresso si trova in via G.Dandolo 47. Alcune iscrizioni ivi rinvenute testimoniano che qui esisteva un luogo di culto già dal I secolo d.C., anche se il tempio fu ricostruito successivamente da Marcus Antonius Gaionas, un ricco commerciante siriano, e poi ancora, così come si presenta oggi, nel IV secolo d.C. in seguito ad un incendio. Il santuario si presenta come un corpo di fabbrica allungato, costruito in gran parte con blocchetti parallelepipedi di pietra e si compone di tre settori: un cortile rettangolare di metri 11 x 9 al centro, con l'ingresso a metà del lato lungo meridionale; il secondo è un ambiente dalla curiosa pianta mistilinea, situato a destra del cortile centrale ed accessibile da questo tramite due porte che immettevano in due piccoli ambienti a pianta pentagonale, dai quali si passava in un'aula ottagonale, chiusa ad ovest da un'abside. Qui furono rinvenute alcune sculture: una statua egizia in basalto nero, una statua di Baccocon il volto e le mani dorate ed altre sculture. Al centro dell'aula ottagonale, entro una cavità ricavata in un altare triangolare, furono rinvenute alcune uova ed una statuetta di bronzo raffigurante un personaggio maschile avvolto nelle spire di un serpente: chiaro il riferimento al rito del seppellimento del dio Adone che moriva ogni anno per tornare a nuova vita attraverso le sette sfere celesti simboleggiate dalle sette spire del serpente. Il terzo settore, a sinistra del cortile, è costituito da un edificio basilicale preceduto da un atrio sul quale si aprono due celle laterali. Un unico ingresso introduce nella navata centrale, conclusa da un'abside in cui si apre una nicchia semicircolare, fiancheggiata da due nicchie minori: la nicchia centrale ospitava la statua di culto più importante, il dio principale della triade di Heliopolis, Hadad (Giove), mentre le due nicchie laterali ospitavano Atargatis (la dea Syria dei Romani) e Simios (Mercurio). 


La storia di villa Sciarra inizia nel Quattrocento quando venne costruito il primo edificio sul terreno occupato da una vigna di proprietà della chiesa di S.Maria ad martyres. Nel 1575 il terreno divenne proprietà di monsignor Innocenzo Malvasia che vi fece edificare un casino, un edificio a due piani con loggia; nel 1614 la proprietà fu acquistata da Gaspare Rivaldi, appaltatore delle Dogane Pontificie, finché nel 1653, dopo che il complesso acquistò notevole importanza e valore perchè da villa extraurbana divenne urbana a seguito della costruzione delle Mura Gianicolensi, fu acquistata da Antonio Barberini che ristrutturò completamente l'edificio insieme al verde circostante. Dopo un breve passaggio alla famiglia Ottoboni, la villa fu di nuovo acquistata nel 1746 dai Barberini, e precisamente da Cornelia Costanza Barberini, moglie di Giulio Cesare Colonna di Sciarra: i figli erediteranno i beni ed il nome della famiglia Colonna di Sciarra e dei Barberini. Nel frattempo la proprietà si era ingrandita talmente da occupare, intorno al primo ventennio dell'Ottocento, tutta l'area del Gianicolo e di Monteverde compresa tra le antiche mura Aureliane e le nuove mura Gianicolensi. Nel 1849 la villa fu l'epicentro dei combattimenti avvenuti fra le truppe italiane guidate da Giuseppe Garibaldi e quelle francesi del generale Oudinot: gravi furono i danni subiti dal complesso. L'ultimo proprietario della villa fu il principe Maffeo II Sciarra che, in seguito ad errate speculazioni finanziarie, perse l'intero patrimonio e così il terreno fu lottizzato in base a convenzioni stipulate nel 1889 tra il Comune di Roma, la Compagnia Fondiaria Italiana e lo stesso principe: una parte divenne suolo edificabile mentre rimase zona verde la parte elevata del Gianicolo. Questa zona, rimasta proprietà Sciarra, venne ceduta nel 1896 a George Clarke e quindi alla Società di Credito e Industria Fondiaria Edilizia da cui l'acquistarono, nel 1902, gli ultimi proprietari: George Wurts e la ricchissima moglie Henriette Tower. I coniugi fecero completamente ristrutturare la palazzina in stile neo rinascimentale e ridisegnare il giardino: vi furono collocate numerose statue e fontane del Settecento provenienti da una dimora lombarda di proprietà dei Visconti, il Castello Visconti di Brignano, caduto in rovina e venduto all'asta nel 1898. Il parco si arricchì inoltre di piante rare ed essenze esotiche, palme, ginko biloba, cedri, di viali e boschetti e vi si allevarono i pavoni, tanto che la villa fu denominata "la villa dei pavoni bianchi". George Wurts morì nel 1928 e due anni dopo la moglie, per riconoscenza verso Roma, donò la villa allo Stato Italiano, a condizione che fosse destinata a parco pubblico: così fu, anche se la palazzina fu destinata a sede dell'Istituto Italiano di Studi Germanici ed a questo fine rimodernata nel 1932 dagli architetti A.Calza Bini e M.De Renzi. La visita alla Villa inizia dal cancello principale situato in piazzale Wurts, dove ci accoglie subito la fontana dei Faunetti (nella foto 2), 



costituita da due vaschette laterali entro una tazza ovale con parapetto ed unite da una spalliera rocciosa sulla quale poggiano i due piccoli fauni che giocano con una capretta: il gruppo in pietra, di provenienza lombarda, risale al XVIII-XIX secolo. Situata presso l'altro ingresso in largo Minutilli troviamo la monumentale fontana dei Fauni (nella foto 3), 


costituita da un bacino semicircolare all'interno del quale una coppia di fauni, un maschio ed una femmina, con i loro faunetti, sorreggono sulle loro spalle una valva di conchiglia aperta, mentre l'altra, più piccola, è addossata al muro di sostegno; la parte superiore è coronata da un putto che si libera dalle fauci del biscione, allusione allo stemma araldico della casata dei Visconti, a conferma della provenienza lombarda dell'opera. La palazzina (nella foto sotto il titolo) ha conservato in parte la pianta originaria e presenta una facciata con tre archi, un tempo aperti, dai quali si accede al portico con la volta a botte ribassata; di qui, per un androne, si passava al cortile, trasformato in biblioteca durante il restauro del 1932. L'edificio termina con una bellissima terrazza, sovrastata da una torretta panoramica e da 5 sculture poste lungo i bordi: quattro di esse raffigurano i continenti e la quinta le fasi del giorno. Nello spiazzo antistante l'edificio possiamo ammirare altre due fontane: la prima, quella più vicina alla palazzina, è la fontana delle Passioni Umane o fontana dei Vizi (nella foto 4), 





perchè presenta, all'interno di una vasca ovoidale in muratura con bordi in travertino, quattro sfingi raffiguranti le passioni umane o i vizi, appunto, e cioè l'Ira (accovacciata con la zampa anteriore poggiata su un teschio), la Lussuria (posta su un tappeto di fiori), l'Avarizia (poggiata su una cornucopia dalla quale escono monete) e la Gola (accovacciata su una cornucopia piena di frutti). La seconda fontana, poco discosta, è la fontana dei Putti o del Biscione (nella foto 5),



 composta da una vasca mistilinea con una spalliera come sfondo, sulla quale due coppie di putti si tendono reciprocamente le mani in atteggiamento di danza, mentre altri due, situati quasi al centro della vasca, uno dei quali con un elmo in capo, emergendo dalle fauci spalancate di due delfini, sorreggono uno scudo sul quale è scolpito in rilievo il Biscione visconteo sormontato da una corona. Nella foto 6 possiamo ammirare la bellissima esedra arborea ad emiciclo realizzata con lauri che delineano nel verde 12 nicchie contenenti altrettante statue raffiguranti i mesi dell'anno, intervallate da siepi di bosso e cespugli sagomati in fantastiche forme: oltre ad un originale quanto gradevole effetto decorativo, anche quest'opera trasmette lo straordinario amore che i coniugi Wurts riuscirono ad imprimere alla villa.


Villa Spada


Al civico 1 di via Giacomo Medici si trova villa Spada (nella foto sopra l'ingresso alla palazzina), costruita nel 1639 dall'architetto Francesco Baratta, su commissione di Vincenzo Nobili. La denominazione villa Spada comparve per la prima volta sulla pianta del Nolli nel 1748, nella quale si può osservare la proprietà attraversata longitudinalmente da due vialetti rettilinei e la palazzina con i giardini, appartenente al principe don Giuseppe Spada Varalli. Nel 1849 l'edificio divenne sede del quartier generale di Garibaldi, dopo la rovina di villa Savorelli. Villa Spada era tenuta dal battaglione dei Bersaglieri Lombardi, comandati dal colonnello Luciano Manara, di 24 anni, eroe delle Cinque Giornate di Milano e poi Capo di Stato Maggiore di Garibaldi. Nella notte tra il 29 e il 30 giugno i francesi sferrarono l'attacco decisivo: dopo la disfatta di villa Savorelli, come sopra menzionato, fu la volta di villa Spada. I francesi furono dapprima respinti da un contrattacco guidato da Garibaldi e da Manara, ma tornarono all'attacco con forze preponderanti. La villa fu squassata dalle cannonate e crivellata dal violento fuoco di fucileria. Manara fu ucciso da un colpo di carabina, ma i suoi bersaglieri continuarono a resistere. Era il 30 giugno 1849 e la sera stessa l'Assemblea della Repubblica decretava la cessazione della resistenza. La villa fu ricostruita secondo i disegni originali: la facciata (nella foto 1), di colore chiaro in contrasto con le decorazioni grigio-pietra, è preceduta da una doppia scalinata a tenaglia, con al centro una piccola fontana a conchiglia, che conduce all'ingresso principale, una porta incorniciata sovrastata da uno stemma gentilizio. Ai due lati del portone, nella parte inferiore della facciata, si trovano due finestre sormontate da cornici ovali, mentre nella parte superiore due cornici vuote sormontate da un'aquila. Nell'attico, tra due piccole finestre, un'epigrafe latina così recita: "Villa Nobili. Viandante sappi che qui dove vedi la casa edificata da Vincenzo Nobili per ricreare gli animi tra le bellezze della natura, Cesare Augusto costruì l'emissario dell'acqua chiamata con il suo nome, originata dal lago Alsietino, quattordici miglia da Roma e condotta nella regione di Trastevere. È tutto. Va lieto e addio. Anno 1639"; naturalmente si fa riferimento all'Acquedotto Alsietino. Attualmente villa Spada è sede dell'Ambasciata d'Irlanda presso la Santa Sede.