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martedì 21 gennaio 2014

Le nostre foto, i ns album ...su piattaforma Google

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venerdì 31 maggio 2013

Ville del colle gianicolo





Villa Aurelia

Villa Aurelia (situata al civico 1 di largo Porta S.Pancrazio) appartenne al cardinale Gerolamo Farnese che la fece costruire intorno al 1650 "sopra uno dei torrioni vecchi della città in modo tale che sembrasse più tosto loggia che habitatione", come risulta in un documento dell'Archivio di Stato di Roma. A fianco della nuova costruzione si trovava una casa appartenente ad Alessandro Farnese, poi Paolo III, che il cardinale Gerolamo fece ornare con pitture. Villa Farnese (così era chiamata a quei tempi) era costituita di due piani: al pianterreno, ad arcate cieche, erano situate sei finestre ed un portone nella seconda arcata, mentre al primo piano si trovava una loggia di tre archi e tre finestre in corrispondenza delle sottostanti aperture. Una scala a chiocciola, tuttora esistente, conduceva ad una loggia pensile con galleria centrale ed altre due logge isolate. Aggiunte recenti sono rappresentate dal lungo corpo ad un piano che si innesta ad angolo retto sulla parte antica ed il pronao su due pilastri antistante la porta d'ingresso. Grande rilevanza aveva il cosiddetto "giardino de' Farnesi": un viale di cipressi conduceva al piazzale antistante la facciata nord (quella principale), davanti alla quale si estendeva il grande giardino all'italiana l'ingresso della villa dinanzi a porta S.Pancrazio). La villa rimase in proprietà dei Farnesi di Parma fino al 1731, quando passò ai Borbone di Napoli; nel 1775 passò al conte di Giraud. Nella prima metà del XIX secolo divenne proprietà del marchese Muti Papazzurri Savorelli con il nome di Villa Savorelli, che la fece restaurare da Virgilio Vespignani, autore anche dell'adiacente porta S.Pancrazio. Per la sua posizione dominante, che consentiva un'ampia visione dei campi di battaglia, Villa Savorelli fu adibita a quartier generale di Garibaldi nel 1849 e per questo motivo fu gravemente danneggiata dai bombardamenti francesi che distrussero totalmente il casino di Paolo III, dopichè Garibaldi spostò il suo quartier generale a Villa Spada. L'edificio fu ricostruito nel 1856 ed alla fine dell'Ottocento divenne proprietà di Clara Jessup di Filadelfia, moglie del maggiore inglese Heylard, che vi fece eseguire interventi di ristrutturazione nel 1908, cambiandole il nome in Villa Aurelia. Alla sua morte fu lasciata in eredità all'Accademia Americana. Nel frattempo uno dei fondatori dell'Accademia, J.P.Morgan, aveva acquistato un vasto terreno a sud di porta S.Pancrazio, dove nel 1912 venne costruita la nuova sede dell'Accademia. L'edificio , situato in via A.Masina 5, è ispirato a linee architettoniche neorinascimentali con loggia a tre arcate sul prospetto principale e corpi laterali aggettanti e più bassi; tra queste ali ed il monumentale cancello d'ingresso si trova un piccolo giardino con una fontana al centro. Dopo l'ingresso si apre un porticato imponente su un cortile interno sistemato a giardino con vialetti alla veneziana. In occasione della costruzione, al di sotto dell'attuale edificio fu rinvenuto un lungo tratto, in opera mista, dell'Acquedotto Traiano, lo stesso che, dopo le opportune opere di rifacimento di Paolo V, alimenta la vicina fontana Paola.

Villa Lante 




Villa Lante è posta sulla sommità del Gianicolo e fu fatta costruire da Baldassarre Turini, ricco mecenate di origine toscana e ben introdotto alla corte pontificia, in quel periodo in mano ai pontefici della famiglia Medici, tanto da essere dapprima nominato datario di Leone X e poi segretario di Clemente VII. Le notizie che riguardano la costruzione della villa sono assai scarse: si può desumere, sulla base di alcuni documenti, che i lavori iniziarono nel 1518 e che l'architetto fu Giulio Romano, allievo prediletto di Raffaello, mentre la decorazione pittorica fu eseguita da altri artisti della scuola: Vincenzo Tamagni da S.Gimignano, Polidoro da Caravaggio e Maturino. Dopo un'interruzione di alcuni anni, probabilmente tra il 1521 ed il 1523, ovvero dalla morte di papa Leone X alla nomina di Clemente VII, i lavori furono portati a termine nel 1525. L'entusiasmante presenza nel salone del famoso graffito “A dì 6 de magio 1527 fo la presa di Roma” ci informa che la villa venne conquistata durante il Sacco di Roma, ignorando però se sia stata anche danneggiata. La villa presentava un giardino di forma quadrangolare antistante la facciata ed un viale in asse con la palazzina. Il proprietario la utilizzò come residenza di campagna per feste e riunioni letterarie, ma non molto tempo dopo la sua morte, avvenuta nel 1543, gli eredi prima affittarono la villa al cardinale Georges D'Armagnac, ambasciatore di Francia, e poi, nel 1551, vendettero la proprietà ai Lante, anch'essi di origine toscana, presenti a Roma sin dal Trecento. Questa famiglia, proprietaria di alcuni terreni limitrofi, provvide ad ampliare ancora di più il giardino, che si estendeva lungo il pendio verso via della Lungara e ricopriva gran parte del colle fino all'orto del convento di S.Onofrio. Una parte di questo terreno venne però tagliato quando Urbano VIII, all'inizio del 1640, fece costruire le mura Gianicolensi: a risarcimento del danno, i Lante ottennero la villa di Bagnaia ed il titolo di duchi di Bomarzo. Nel 1817, a causa dei dissesti finanziari della famiglia Lante, la villa fu acquistata dal principe Camillo Borghese, il quale fece restaurare l'edificio all'architetto Luigi Canina. Nel 1837 l'edificio, con il terreno, fu ceduto a Maddalena Sofia Barat, fondatrice della Congregazione delle Suore del Sacro Cuore di Gesù, che vi fece costruire la chiesa del Sacro Cuore di Gesù con ingresso da via di S.Francesco di Sales. La sistemazione a parco pubblico di questa zona del Gianicolo portò via a villa Lante una grossa parte del giardino, che restò abbandonato a sé stesso, così come anche l'edificio. Quando la villa non fu più necessaria al convento, le suore decisero di affittarla: nel 1880 fu locata all'archeologo Wolfgang Helbig ed alla moglie Nadine Schahawskoy, che vi risiedettero fino alla loro morte, avvenuta, rispettivamente, nel 1915 e nel 1922. I coniugi Helbig, che nel 1909 avevano poi acquistato la villa, provvidero ad un importante restauro dell'edificio e del giardino, apportandovi anche un bel periodo di gloria, perché numerosi furono gli ospiti di riguardo, come Carducci, D'Annunzio, Tolstoj e Wagner. Nel 1950 i loro eredi vendettero la proprietà allo Stato di Finlandia, che lo destinò a sede della sua Ambasciata presso la Santa Sede e dell'Institutum Romanum Finlandiae, che si occupa di ricerche archeologiche. Villa Lante, situata al civico 10 della Passeggiata del Gianicolo e costruita su un rudere antico (forse la villa di Marziale) o medioevale, è fra le ville rinascimentali romane quella che più ha conservato il suo aspetto originario, tranne che per la ricca cancellata che precede la villa, fiancheggiata da due antiche colonne doriche, leggermente arretrata rispetto a quella originaria durante i lavori effettuati dagli Helbig. La facciata sviluppa su un pianterreno rialzato, autentico piano nobile, un primo piano ed un ammezzato; una doppia rampa di scale, che nell'Ottocento sostituì la scala originaria, introduce al portale (nella mfoto 2), fiancheggiato da due semicolonne in peperino, ai lati del quale vi sono due finestre entro paraste doriche binate. Il primo piano è scandito da paraste ioniche in stucco ai lati di tre finestre con balcone, collegate da un architrave sopra il quale si trova l'ammezzato con finestrelle quadrate. Il piano nobile è composto dal salone di forma quasi quadrata, da tre sale più piccole, dal vestibolo e dalla loggia, che si estende sulla facciata orientale. Il vestibolo presenta una forma rettangolare con volta a botte e conduce direttamente al salone, anch'esso di forma rettangolare e coperto da una volta “a specchio” con le originarie divisioni in comparti, all'interno delle quali vi erano dipinti e sculture. Tra questi, otto busti in terracotta ed otto ovali dipinti con le imprese araldiche del Turini e di Clemente VII; al centro svetta ancora lo stemma di papa Paolo V Borghese. Gli scomparti vuoti, invece, conservavano 32 affreschi piccoli con amorini e divinità e 4 più grandi con storie inerenti al Gianicolo: tra questi ricordiamo il Rinvenimento dei sarcofaghi di Numa Pompilio di Polidoro da Caravaggio. Nel 1837, quando l'edificio fu acquistato dall'ordine religioso delSacro Cuore, che vi creò un asilo infantile, gli affreschi, per i loro temi, furono ritenuti indecenti. La famiglia Borghese ottenne così il permesso dal papa di staccarli e soltanto nel 1891 furono acquistati da Henriette Hertz e collocati apalazzo Zuccari. Dal salone si passa infine alla splendida loggia (nella foto 3) con il motivo della serliana (ovvero una finestra trifora scandita da colonne con l'apertura centrale ad arco e due aperture laterali architravate) e decorata con stucchi eseguiti nel 1531 da Giovanni da Udine: chiusa nel 1807 dal Valadier, fu riaperta nel 1950 quando divenne proprietà finlandese.

Villa sciarra


Villa Sciarra sorge alle pendici del Gianicolo, delimitata dalle Mura Gianicolensi, da via Calandrelli e via Dandolo. Fin dall'antichità questa zona era occupata da orti e giardini, tanto che qui sorgeva il bosco sacro della ninfa Furrina, dove nel 121 a.C. Gaio Gracco si fece uccidere dal suo schiavo Filocrate, dopo la sua inutile fuga dall'Aventino. In seguito la zona divenne parte di quell'enorme spazio verde noto con il nome di Horti Caesaris, dove la leggenda vuole che Giulio Cesare abbia ospitato Cleopatra durante il suo soggiorno romano: gli Horti, alla morte di Cesare, furono lasciati in eredità al popolo romano. Qui sorgeva anche il piccolo santuario delle divinità siriache (nella foto1), 















scoperto nel 1906 durante i lavori per la costruzione della casina del custode della Villa ed il cui ingresso si trova in via G.Dandolo 47. Alcune iscrizioni ivi rinvenute testimoniano che qui esisteva un luogo di culto già dal I secolo d.C., anche se il tempio fu ricostruito successivamente da Marcus Antonius Gaionas, un ricco commerciante siriano, e poi ancora, così come si presenta oggi, nel IV secolo d.C. in seguito ad un incendio. Il santuario si presenta come un corpo di fabbrica allungato, costruito in gran parte con blocchetti parallelepipedi di pietra e si compone di tre settori: un cortile rettangolare di metri 11 x 9 al centro, con l'ingresso a metà del lato lungo meridionale; il secondo è un ambiente dalla curiosa pianta mistilinea, situato a destra del cortile centrale ed accessibile da questo tramite due porte che immettevano in due piccoli ambienti a pianta pentagonale, dai quali si passava in un'aula ottagonale, chiusa ad ovest da un'abside. Qui furono rinvenute alcune sculture: una statua egizia in basalto nero, una statua di Baccocon il volto e le mani dorate ed altre sculture. Al centro dell'aula ottagonale, entro una cavità ricavata in un altare triangolare, furono rinvenute alcune uova ed una statuetta di bronzo raffigurante un personaggio maschile avvolto nelle spire di un serpente: chiaro il riferimento al rito del seppellimento del dio Adone che moriva ogni anno per tornare a nuova vita attraverso le sette sfere celesti simboleggiate dalle sette spire del serpente. Il terzo settore, a sinistra del cortile, è costituito da un edificio basilicale preceduto da un atrio sul quale si aprono due celle laterali. Un unico ingresso introduce nella navata centrale, conclusa da un'abside in cui si apre una nicchia semicircolare, fiancheggiata da due nicchie minori: la nicchia centrale ospitava la statua di culto più importante, il dio principale della triade di Heliopolis, Hadad (Giove), mentre le due nicchie laterali ospitavano Atargatis (la dea Syria dei Romani) e Simios (Mercurio). 


La storia di villa Sciarra inizia nel Quattrocento quando venne costruito il primo edificio sul terreno occupato da una vigna di proprietà della chiesa di S.Maria ad martyres. Nel 1575 il terreno divenne proprietà di monsignor Innocenzo Malvasia che vi fece edificare un casino, un edificio a due piani con loggia; nel 1614 la proprietà fu acquistata da Gaspare Rivaldi, appaltatore delle Dogane Pontificie, finché nel 1653, dopo che il complesso acquistò notevole importanza e valore perchè da villa extraurbana divenne urbana a seguito della costruzione delle Mura Gianicolensi, fu acquistata da Antonio Barberini che ristrutturò completamente l'edificio insieme al verde circostante. Dopo un breve passaggio alla famiglia Ottoboni, la villa fu di nuovo acquistata nel 1746 dai Barberini, e precisamente da Cornelia Costanza Barberini, moglie di Giulio Cesare Colonna di Sciarra: i figli erediteranno i beni ed il nome della famiglia Colonna di Sciarra e dei Barberini. Nel frattempo la proprietà si era ingrandita talmente da occupare, intorno al primo ventennio dell'Ottocento, tutta l'area del Gianicolo e di Monteverde compresa tra le antiche mura Aureliane e le nuove mura Gianicolensi. Nel 1849 la villa fu l'epicentro dei combattimenti avvenuti fra le truppe italiane guidate da Giuseppe Garibaldi e quelle francesi del generale Oudinot: gravi furono i danni subiti dal complesso. L'ultimo proprietario della villa fu il principe Maffeo II Sciarra che, in seguito ad errate speculazioni finanziarie, perse l'intero patrimonio e così il terreno fu lottizzato in base a convenzioni stipulate nel 1889 tra il Comune di Roma, la Compagnia Fondiaria Italiana e lo stesso principe: una parte divenne suolo edificabile mentre rimase zona verde la parte elevata del Gianicolo. Questa zona, rimasta proprietà Sciarra, venne ceduta nel 1896 a George Clarke e quindi alla Società di Credito e Industria Fondiaria Edilizia da cui l'acquistarono, nel 1902, gli ultimi proprietari: George Wurts e la ricchissima moglie Henriette Tower. I coniugi fecero completamente ristrutturare la palazzina in stile neo rinascimentale e ridisegnare il giardino: vi furono collocate numerose statue e fontane del Settecento provenienti da una dimora lombarda di proprietà dei Visconti, il Castello Visconti di Brignano, caduto in rovina e venduto all'asta nel 1898. Il parco si arricchì inoltre di piante rare ed essenze esotiche, palme, ginko biloba, cedri, di viali e boschetti e vi si allevarono i pavoni, tanto che la villa fu denominata "la villa dei pavoni bianchi". George Wurts morì nel 1928 e due anni dopo la moglie, per riconoscenza verso Roma, donò la villa allo Stato Italiano, a condizione che fosse destinata a parco pubblico: così fu, anche se la palazzina fu destinata a sede dell'Istituto Italiano di Studi Germanici ed a questo fine rimodernata nel 1932 dagli architetti A.Calza Bini e M.De Renzi. La visita alla Villa inizia dal cancello principale situato in piazzale Wurts, dove ci accoglie subito la fontana dei Faunetti (nella foto 2), 



costituita da due vaschette laterali entro una tazza ovale con parapetto ed unite da una spalliera rocciosa sulla quale poggiano i due piccoli fauni che giocano con una capretta: il gruppo in pietra, di provenienza lombarda, risale al XVIII-XIX secolo. Situata presso l'altro ingresso in largo Minutilli troviamo la monumentale fontana dei Fauni (nella foto 3), 


costituita da un bacino semicircolare all'interno del quale una coppia di fauni, un maschio ed una femmina, con i loro faunetti, sorreggono sulle loro spalle una valva di conchiglia aperta, mentre l'altra, più piccola, è addossata al muro di sostegno; la parte superiore è coronata da un putto che si libera dalle fauci del biscione, allusione allo stemma araldico della casata dei Visconti, a conferma della provenienza lombarda dell'opera. La palazzina (nella foto sotto il titolo) ha conservato in parte la pianta originaria e presenta una facciata con tre archi, un tempo aperti, dai quali si accede al portico con la volta a botte ribassata; di qui, per un androne, si passava al cortile, trasformato in biblioteca durante il restauro del 1932. L'edificio termina con una bellissima terrazza, sovrastata da una torretta panoramica e da 5 sculture poste lungo i bordi: quattro di esse raffigurano i continenti e la quinta le fasi del giorno. Nello spiazzo antistante l'edificio possiamo ammirare altre due fontane: la prima, quella più vicina alla palazzina, è la fontana delle Passioni Umane o fontana dei Vizi (nella foto 4), 





perchè presenta, all'interno di una vasca ovoidale in muratura con bordi in travertino, quattro sfingi raffiguranti le passioni umane o i vizi, appunto, e cioè l'Ira (accovacciata con la zampa anteriore poggiata su un teschio), la Lussuria (posta su un tappeto di fiori), l'Avarizia (poggiata su una cornucopia dalla quale escono monete) e la Gola (accovacciata su una cornucopia piena di frutti). La seconda fontana, poco discosta, è la fontana dei Putti o del Biscione (nella foto 5),



 composta da una vasca mistilinea con una spalliera come sfondo, sulla quale due coppie di putti si tendono reciprocamente le mani in atteggiamento di danza, mentre altri due, situati quasi al centro della vasca, uno dei quali con un elmo in capo, emergendo dalle fauci spalancate di due delfini, sorreggono uno scudo sul quale è scolpito in rilievo il Biscione visconteo sormontato da una corona. Nella foto 6 possiamo ammirare la bellissima esedra arborea ad emiciclo realizzata con lauri che delineano nel verde 12 nicchie contenenti altrettante statue raffiguranti i mesi dell'anno, intervallate da siepi di bosso e cespugli sagomati in fantastiche forme: oltre ad un originale quanto gradevole effetto decorativo, anche quest'opera trasmette lo straordinario amore che i coniugi Wurts riuscirono ad imprimere alla villa.


Villa Spada


Al civico 1 di via Giacomo Medici si trova villa Spada (nella foto sopra l'ingresso alla palazzina), costruita nel 1639 dall'architetto Francesco Baratta, su commissione di Vincenzo Nobili. La denominazione villa Spada comparve per la prima volta sulla pianta del Nolli nel 1748, nella quale si può osservare la proprietà attraversata longitudinalmente da due vialetti rettilinei e la palazzina con i giardini, appartenente al principe don Giuseppe Spada Varalli. Nel 1849 l'edificio divenne sede del quartier generale di Garibaldi, dopo la rovina di villa Savorelli. Villa Spada era tenuta dal battaglione dei Bersaglieri Lombardi, comandati dal colonnello Luciano Manara, di 24 anni, eroe delle Cinque Giornate di Milano e poi Capo di Stato Maggiore di Garibaldi. Nella notte tra il 29 e il 30 giugno i francesi sferrarono l'attacco decisivo: dopo la disfatta di villa Savorelli, come sopra menzionato, fu la volta di villa Spada. I francesi furono dapprima respinti da un contrattacco guidato da Garibaldi e da Manara, ma tornarono all'attacco con forze preponderanti. La villa fu squassata dalle cannonate e crivellata dal violento fuoco di fucileria. Manara fu ucciso da un colpo di carabina, ma i suoi bersaglieri continuarono a resistere. Era il 30 giugno 1849 e la sera stessa l'Assemblea della Repubblica decretava la cessazione della resistenza. La villa fu ricostruita secondo i disegni originali: la facciata (nella foto 1), di colore chiaro in contrasto con le decorazioni grigio-pietra, è preceduta da una doppia scalinata a tenaglia, con al centro una piccola fontana a conchiglia, che conduce all'ingresso principale, una porta incorniciata sovrastata da uno stemma gentilizio. Ai due lati del portone, nella parte inferiore della facciata, si trovano due finestre sormontate da cornici ovali, mentre nella parte superiore due cornici vuote sormontate da un'aquila. Nell'attico, tra due piccole finestre, un'epigrafe latina così recita: "Villa Nobili. Viandante sappi che qui dove vedi la casa edificata da Vincenzo Nobili per ricreare gli animi tra le bellezze della natura, Cesare Augusto costruì l'emissario dell'acqua chiamata con il suo nome, originata dal lago Alsietino, quattordici miglia da Roma e condotta nella regione di Trastevere. È tutto. Va lieto e addio. Anno 1639"; naturalmente si fa riferimento all'Acquedotto Alsietino. Attualmente villa Spada è sede dell'Ambasciata d'Irlanda presso la Santa Sede.














sabato 4 agosto 2012

San Crisogono

1920...S.Crisogono

S.Crisogono



S.Crisogono, situata nella omonima piazza, è una delle più insigni ed antiche basiliche romane: la chiesa originaria risale addirittura al 499 ed è visibile nei sotterranei, rimessa in luce dagli scavi avvenuti nel 1924.

1903 S.Crisogono


 Questa, a sua volta, venne edificata su uno dei più antichi tituli, ossia quelle case private dove si riunivano segretamente i cristiani. La chiesa subì vari restauri e rifacimenti. Il primo risale al 1126, un periodo di intensa attività edilizia a Roma, al quale appartiene il bel campanile romanico.

1940..S.Crisogono


 Il portico e la facciata appartengono al 1626, quando la chiesa venne restaurata radicalmente dal Soria per incarico del cardinale Scipione Borghese: sull'architrave vi è, infatti, una epigrafe che ricorda il cardinale, mentre sull'attico vi è posta una fuga di vasi, aquile e dragoni borghesiani. Fu in questa occasione che il campanile, fatto intonacare e sormontare da una pesante cuspide per volontà del cardinale Borghese, rischiò di crollare a seguito di gravi lesioni alla struttura, tanto che si dovettero chiudere alcune trifore. L'ultimo restauro risale al 1866. S.Crisogono fu decorata da Pietro Cavallini ed alla sua scuola appartiene il mosaico absidale.





 L'interno , a forma basilicale, è diviso in tre navate sorrette da 22 colonne di granito. Due altre colonne di porfido, giudicate le più grandi esistenti a Roma, sorreggono l'arcata centrale ed altre quattro di alabastro sono nel baldacchino rifatto in forme barocche. 

1870..S.Crisogono


Al centro del soffitto si trova la Gloria di S.Crisogono del Guercino, purtroppo solo una copia perchè l'originale fu trafugato e venduto in Inghilterra nel 1808, dove ancora oggi si trova alla Stafford House di Londra. 



Fino ai primi del Settecento era qui custodita la statua della Vergine del Carmelo, popolarmente detta la "Madonna de noantri", trasferita poi nell'adiacente chiesa di S.Agata.


giovedì 2 agosto 2012

San Francesco a Ripa, la Chiesa, la Via

Una chiesa..per riflettere..


Storia & arte

Trae la sua denominazione dalla vicinanza con il porto di Ripa Grande, affacciato sul Tevere. Fondata nel XI secolo e annessa inizialmente ad un ospedale, la chiesa fu rinnovata e dedicata a San Francesco d'Assisi dopo che lo stesso Santo vi aveva dimorato nel 1219. L'edificio attuale risale alla ristrutturazione secentesca di Onorio Longhi (corpo longitudinale, 1603) e di Mattia de Rossi (per la facciata, 1681-1701).



1930


La chiesa è nota ai più per la presenza della statua della Beata Ludovica Albertoni, scolpita da Gian Lorenzo Bernini per il cardinale Paluzzi (nipote di papa Clemente X) tra il 1671 e il 1675. 


2012

La statua, vero esempio di trasporto mistico-carnale e di estasi barocca, è collocata su uno spettacolare drappo in diaspro sopra la mensa dell'altare della cappella; la parete di fondo, sempre secondo i suggerimenti di Gian Lorenzo Bernini, è stata scenograficamente arretrata per permettere alla luce di penetrare nell'ambiente da due finestre laterali nascoste, creando un effetto quasi soprannaturale, proprio come nell'Estasi di Santa Teresa della chiesa di Santa Maria della Vittoria. La pala della cappella, inquadrata da teste di cherubini in stucco che ribadiscono il sentore di apparizione mistica che pervade tutto il sacello, è del Baciccio.






Aggiungi didascalia

Tra le altre opere d'arte si segnala la bella cappella Rospigliosi (inizi del XVII secolo), tutta in marmi colorati, progettata da Nicola Michetti e Ludovico Rusconi Sassi. In sacrestia, all'interno di uno scenografico apparato di armadi barocchi, è conservata una tavola con S. Francesco (XIII secolo), attribuita a Margaritone d'Arezzo. In una cappella della chiesa, si trova il sepolcro di Giorgio de Chirico, benefattore dei frati minori 










S.Francesco a Ripa sorge sull'area dell'antica chiesa denominata S.Biagio de Curte o de Curtibus dove la tradizione vuole che vi abbia dimorato S.Francesco in occasione della sua visita al papa nel 1219: la Cappella di S.Francesco custodisce tuttora la cella del santo, dove vi sono conservati alcune sue reliquie come un guanciale in pietra ed un Crocifisso. La chiesa passò ai Frati Minori nel 1229 e fu riedificata due anni dopo con le elemosine di Rodolfo Anguillara, anche se la leggenda vuole che sia stata fatta erigere dalla famosa seguace di S.Francesco, Jacopa Sette Soli..



Pinelli 1833

 Dopo la riedificazione la chiesa perse l'appellativo di S.Biagio per assumere quello di S.Francesco, mentre l'appellativo "a Ripa" si spiega con la vicinanza della chiesa al porto di Ripa Grande. A fianco della chiesa vi sorge quel che rimane dell'antico convento dei Frati Minori, una volta ospedale, poi trasformato in caserma per i bersaglieri. Sulla piazza antistante la chiesa sorge una colonna ionica di marmo bianco sormontata da una croce (nella foto sotto il titolo), fatta erigere nel 1847 da Pio IX, come si può leggere sull'epigrafe incisa sulla colonna stessa.

Vasi 1756





La fontana secca alle fratte di trastevere accanto S.Pasquale Baylon 1866 dell'acquedotto  paola oggi scomparsa

La chiesa presenta una semplice ed armoniosa facciata risalente alla ricostruzione avvenuta tra il 1682 ed il 1689 ad opera di Mattia De Rossi. L'interno presenta tre navate cosparse di monumenti funebri: nella foto 1 possiamo ammirare la drammatica scultura del Bernini, Estasi di Beata Ludovica Albertoni, commissionata all'artista nel 1603 dal principe Angelo Paluzzi Altieri, nipote del papa regnante Clemente X, in occasione del rinnovo della cappella di famiglia. Il corpo della santa, riprodotto giacente sul letto di morte, poggia sopra un sarcofago, nascosto da una grande coltre, all'interno del quale sono conservate le spoglie di Ludovica. Particolarmente appariscente la Cappella Rospigliosi, commissionata dalla nobildonna romana Maria Camilla Pallavicini Rospigliosi, nipote del cardinale Lazzaro Pallavicini, all'architetto Nicola Michetti, che vi lavorò per tre anni, affiancato dallo scultore Giuseppe Mazzuoli, che realizzò le statue allegoriche ed i medaglioni per il monumento funebre di Lazzaro e Stefano Pallavicini. 
Chiostro 1930

Nel 1721 l'arredo della Cappella fu portato a termine da Ludovico Rusconi Sassi e quattro anni dopo venne ammirata in tutto il suo splendore da papa Benedetto XIII. A pianta quadrata, il sacro ambiente è contraddistinto da una notevole ricchezza di decorazioni che lo rendono particolarmente sontuoso. Sotto una volta a padiglione splendente di stucchi dorati, in cui compaiono gli stemmi Pallavicini e Rospigliosi, balza agli occhi il prezioso altare, interamente rivestito di marmi policromi e fiancheggiato da due snelle colonne di verde antico che sorreggono un timpano spezzato con un angelo ed alcuni cherubini. Assai notevoli i due sepolcri laterali, iniziati per volere di Giovan Battista Rospigliosi, marito di Maria Camilla, negli anni 1713-14.
Via S.Francesco a Ripa 1870...prima della divisione operata perla costruzione di Viale del Re

La Madonnella  all'incrocio con via manara...

 A sinistra troviamo Stefano, padre di Maria, e suo fratello Lazzaro, affiancati dalla Fortezza (a sinistra) e dalla Giustizia (a destra), sedute ai lati del sarcofago. In alto troneggia la Morte, raffigurata come uno scheletro alato in bronzo che mostra, con gesto eloquente, i ritratti dei defunti. Di fronte, un monumento simile ospita le spoglie dei coniugi, accompagnati da Carità e Prudenza (nella foto 2). Sicuramente degna di essere menzionata è la presenza nella chiesa della tomba di Giorgio De Chirico, morto novantenne nel 1978, benefattore dei Frati Minori.


venerdì 27 luglio 2012

Fontane a Trastevere

Fontana della botte a via della cisterna 1955

Fontana della Botte

La fontana della Botte si trova in via della Cisterna ed è addossata ad un parete in laterizio, inquadrata in un arco di travertino. È formata da una base sulla quale poggia un "caratello", come veniva chiamata anticamente a Roma la botte con la quale si trasportava il vino, dal cui foro centrale fuoriesce un getto d'acqua che si versa nel sottostante tino da mosto. La botte è affiancata da due misure da vino da un litro, dai bolli dei quali esce l'acqua. Forse è interessante qui ricordare come un tempo i romani utilizzavano chiamare le misure del vino: sospiro o sottovoce, un decimo di litro; chirichetto, un quinto di litro; quartino, un quarto di litro; fojetta, mezzo litro; tubbo, un litro; barzilai, due litri, che prese il nome dall'on.Barzilai (1860-1939) che usava offrire il vino durante la campagna elettorale in questi recipienti.



Fontana della botte oggi


Souvenir vintage raffigurante la fontana

 La fontana della Botte fu realizzata nel 1927 su progetto dell'architetto Pietro Lombardi con allusione alla caratteristica della zona dove fin dai tempi antichi era intenso il traffico del vino per la nutrita presenza di osterie e trattorie. Questa, come altre fontane rionali, fu commissionata all'architetto Lombardi dal Comune di Roma che volle posizionare alcune fontanelle, tutte allusive, nelle decorazioni, agli stemmi dei rioni o alle attività dei luoghi, come la fontana delle Anfore, la fontana dei Libri, la fontana delle Arti, la fontana delle Tiare, la fontana della Pigna, la fontana dei Monti, la fontana delle Palle di Cannone e la fontana del Timone.




Fontana delle Prigioni

Fontana delle Prigioni

Collocata in modo da apparire come bellissimo sfondo di via Luciano Manara, l'antica fontana del Prigione (nella foto sopra), situata in via Goffredo Mameli, faceva parte dei monumenti che ornavano la famosa villa Montalto, scomparsa nel 1887 per la costruzione della Stazione Termini. Con la progressiva demolizione della villa, la fontana fu smontata e provvisoriamente accantonata nei magazzini del Ministero dell'Interno. In seguito, venne ricomposta in fondo a via Genova, donde, nel 1928, fu trasferita e definitivamente sistemata, a cura del Genio Civile, nella posizione attuale, alle falde del Gianicolo. Il sostantivo "prigione", appartenente all'antica denominazione della fontana, deriva quasi certamente da un grandioso e pregevole gruppo statuario che comprendeva una mezza figura in marmo, più grande del naturale, raffigurante appunto un prigioniero. La fontana che oggi ammiriamo è costituita da un nicchione delimitato da due lesene che sostengono il frontone ricco di decorazioni floreali e protomi leonine. Alla base di ciascuna lesena due piccoli catini sospesi ricevono l'acqua da altrettante cannelle, mentre una bassa piscina a fior di terra, protetta da sei eleganti colonnine, raccoglie l'acqua proveniente a ventaglio da una grossa testa di leone che sporge al centro della nicchia .


Fontana nel 1960

Non tutti gli elementi della fontana, però, sono originari; molti di essi sono stati rifatti, come le grandi volute laterali, le decorazioni interne a stucco e, probabilmente, la vasca di raccolta dell'acqua. Gli elementi in travertino che costituiscono il frontespizio della nicchia ed i pilastri laterali sono invece sicuramente autentici.


Fontanone dell'acqua Paola




La monumentale fontana del Gianicolo (più nota con la denominazione di "Fontanone") sita in via Garibaldi, venne realizzata per volontà di papa Paolo V Borghese da Giovanni Fontana, con la collaborazione di Flaminio Ponzio, e costituisce la grande Mostra dell'Acqua Paola, ossia dell'antico Acquedotto Traiano, proveniente dal lago di Bracciano. Traiano fece costruire l'acquedotto nel 109 d.C., per approvvigionare il Trastevere: il percorso totale è valutato in circa 57 km. I due architetti, tra il 1610 ed il 1612, portarono rapidamente a termine la mostra, con una spesa di poco inferiore ai 10.000 scudi ed ispirandosi, per volere dello stesso papa, alla fontana del Mosè, opera questa di Domenico Fontana, fratello di Giovanni.


 La fontana, in origine, non aveva né il vascone attuale, ma cinque piccole vasche per altrettante bocche d'acqua, né la piazza antistante, che oggi consente di ammirarla in tutta la sua grandezza, ma si trovava sull'orlo del colle che in quel punto era tagliato a picco e l'acqua scendeva giù come fosse una cascata.


 Nel 1690 il pontefice Alessandro VIII Ottoboni provvide all'espurgo delle condutture ed all'immissione di nuove acque e fece creare l'attuale piazzale, che rafforzò con solide mura. Inoltre fece aggiungere l'ampia e magnifica vasca di marmo bianco, realizzata da Carlo Fontana. Nel 1698 Innocenzo XII fece recingere la fontana con l'attuale balaustrata di colonnine, unite con sbarre di ferro, per evitare che i carrettieri vi abbeverassero i cavalli. 





L'edificio, costituito da tre ampie nicchie centrali fiancheggiate da due minori laterali, fu costruito in pietra tiburtina prelevata dalle rovine del Foro di Nerva. È ornato da sei colonne ioniche, quattro di granito rosso (provenienti dalla facciata dell'antica basilica di S.Pietro) e due laterali di granito bigio, le quali sostengono l'architrave che contiene la seguente iscrizione: ANNO DOMINI MDCXII PONTIFICATUS SUI SEPTIMO, ossia "Nell'anno del Signore 1612 durante il suo settimo Pontificato". Sopra l'architrave si eleva l'attico, a sua volta sormontato da una nicchia ad arco sormontata da una croce , con gli emblemi araldici di Paolo V Borghese, un drago ed un'aquila, sorretti da due angeli (opera di Ippolito Buzio del 1610), emblemi che si ripetono anche alle due estremità dell'attico con due draghi . 



L'attico presenta un'ampia lastra marmorea incorniciata ed incisa con magnifici caratteri, nella quale si legge: PAULUS QUINTUS PONTIFEX MAXIMUS / AQUAM IN AGRO BRACCIANENSIS / SALUBERRIMIS E FONTIBUS COLLECTAM / VETERIBUS AQUAE ALSIETINAE DUCTIBUS RESTITUTIS / NOVISQUE ADDITIS / XXXV AB MILLIARIO DUXIT, ossia: "Restaurate le vecchie condotte dell'acqua di Alsio (Palo sull'Aurelia) ed aggiunte delle nuove dalla XXXV pietra miliare, Paolo V Pontefice Maximo portò l'acqua raccolta nella campagna delle assai salubri fonti di Bracciano". Questa epigrafe, una delle più belle che esistano a Roma, contiene, tuttavia, una grave inesattezza: vi si afferma, infatti, che per addurre l'acqua vennero restaurati gli antichi condotti dell'Aqua Alsietina (proveniente dal lacus Alsietinus, oggi lago di Martignano) anziché quelli dell'Aqua Traiana. La realizzazione dell'acquedotto Paolo consentì per la prima volta l'ingresso dell'acqua nelle case di Borgo e Trastevere, ma si trattava di acqua non perfettamente potabile, se i romani coniarono il detto "Valere quanto l'acqua Paola", cioè valere poco o niente. Successivamente l'acquedotto fu prolungato per alimentare anche i rioni di Regola e Ponte: a tal scopo fu costruita la seconda fontana-mostra, quella che oggi è situata in piazza Trilussa, ma un tempo addossata al palazzo dei Centopreti, come fondale di via Giulia. Nella seconda metà del XVII secolo, per volontà di papa Alessandro VII, il giardino, allora assai ampio, alle spalle del Fontanone, venne adibito ad Orto Botanico ed affidato alle cure  dell'Università della Sapienza: solo nel 1820, per volere di Pio VII, l'Orto Botanico venne trasferito nei giardini di palazzo Corsini. Oggi un cancello immette all'interno del giardino, nel quale vi è un ninfeo con lo stemma di Innocenzo XII Pignatelli, perfettamente in asse con il nicchione centrale della fontana (nella foto 3), attraverso il quale si gode un insospettato quanto meraviglioso panorama di Roma.


Fontana di Pio IX in piazza MastaiAutore: Andrea Busiri Vici.Datazione: 1865.Materiali: marmo, travertino.Alimentazione originaria: acquedotto Paolo.

Fontana 1929 (repertazione fontane del comune di Roma)



1870

Buisiri attinge al repertorio tardo cinquecentesco di Giacomo della Porta per gli elementi architettonici e al linguaggio barocco per i decorativi (delfini e putti), tenendo presente e in parte riecheggiando la più antica fontana del rione, quella della vicina piazza di S. Maria in Trastevere.


1870

La fontana di piazza Mastai si innalza su una gradinata ottagonale sulla quale si erge la vasca anch’essa di forma ottagona, ornata nelle specchiature dallo stemma pontificio alternato a cartigli con il nome del papa e la data di esecuzione dell’opera. Il primo catino in basso è sorretto da quattro figure di delfini, mentre il secondo catino in alto, rovesciato e a scaglie, è sorretto da quattro putti.L’opera del Busiri costituisce la prima fontana moderna a carattere monumentale che si realizza nel rione Trastevere dopo la fontana-mostra dell’Acqua Paola sul Gianicolo degli inizi del XVII secolo.La fontana è stata restaurata nel 1996.




Fontana dell’Acqua Paola in Piazza Trilussa



Autori: Giovanni Vasanzio; Giovanni Fontana. Datazione: 1613.Materiali: marmo, travertino, cortina in laterizio.Alimentazione originaria: acquedotto Traiano Paolo.Ubicazione iniziale: via Giulia


La prima disposizione della fontana, rimasta così con prato e ghiaia per solo un anno poi modificata come la conosciamo a seguito  della costruzione del palazzo all'angolo coi portici



Voluta da papa Paolo V Borghese (1605-1620), si trovava in origine sulla riva sinistra del Tevere all’estremità di via Giulia, di cui costituiva il fondale, a ridosso dell’Ospizio dei Mendicanti edificato pochi anni prima da papa Sisto V Peretti (1585-1590). Era alimentata da una diramazione dell’acquedotto Traiano-Paolo, ripristinato dallo stesso Paolo V per servire la zona transtiberina.Concepita come un arco monumentale con una nicchia centrale fiancheggiata da due colonne ioniche, la fontana presenta un alto attico sul quale giganteggia lo stemma della famiglia Borghese (aquila e drago) e l’iscrizione celebrativa che ricorda i meriti del pontefice per aver condotto la nuova acqua anche sulla sponda sinistra del Tevere.


La fontana è stata smontata nel 1879 per la realizzazione degli argini del Tevere che impose la distruzione dello stesso Ospizio dei Mendicanti. Soltanto nel 1898 fu ricostruita sulla sponda destra del fiume, concepita come una struttura isolata, in asse con ponte Sisto ed in collegamento visivo con l’imponente mostra dell’Acqua Paola collocata sulla sommità del Gianicolo.








Dopo la ricostruzione sono state aggiunte due nuove iscrizioni all’interno dell’arcata centrale e all’esterno della fiancata destra per ricordare il trasferimento della fontana.Galleria di immagini














Fontana a via gartibaldi




Addossata al muraglione della strada, all'angolo con via di Porta S. Pancrazio e la salita del Bosco Parraiso, si trova una malridotta fontanina sormontata da una epigrafe con stemma Barberini che ricorda i lavori di consolidamento eseguiti nel 1629 inS.Pietro in Montorio  durante il pontificato di UrbanoVIII.

E' probabile che la fontana risalga alla stessa epoca indicata dalla lapide ed è anche possibile che l'attuale collocazione non sia quella originaria in quanto la parete su cui poggia presenta tracce di una precedente porta. Comunque stiano le cose essa appartiene certamente alla metà del XVII secolo, ed è formata da una protome leonina murata entro una nicchia con cornice in mattoni avente ai lati due cannelle a forma di piccole stelle che versano l'acqua in una semplice vasca di marmo con incisa la data del 1936, anno del restauro eseguito dal comune (SPQR - MCMXXXVI E.F. -  XV).
Il pavimento attorno alla vasca è realizzato con antichi frammenti marmorei. Considerate le condizioni in cui è ridotta la fontana, ovviamente priva di alimentazione idrica, sarebbe necessario un provvidenziale intervento conservativo, anche per soddisfare le esigenze dei trasteverini i quali, esasperati, vi hanno recentemente posto sul bordo un cartello con un disegno naif raffigurante una donna che beve e la scritta: "Fate riaprire quest'acqua Marcia, antica, pia, freschissima orgoglio dei trasteverini. Ci state togliendo tutti i ricordi caratteristici dei nostri padri. Ci state creando una desolazione. Se ci lavano le macchine metteteci un divieto con grosse multe.
Fontana in piazza Santa Maria in Trastevere


Autori: Carlo Fontana.
Datazione: 1692, 1873.
Materiali: marmo, travertino, bronzo.
Datazione: 1692, 1873.Materiali: marmo, travertino, bronzo.



Il primo restauro fu voluto da Giovanni di Valenza, cardinale del titolo di Santa Maria in Trastevere, durante il pontificato di Alessandro VI Borgia (1492-1503). In questa occasione fu abolito il secondo catino e furono aggiunte delle bocche a forma di testa di lupo attorno al catino rimasto. Nel 1604 si ha notizia di un altro intervento realizzato da Girolamo Rainaldi (1570-1655), probabilmente a seguito dell’arrivo in Trastevere dell’acqua Felice.





All’epoca di papa Alessandro VII Chigi (1655-1667) la fontana venne spostata al centro della piazza e fu dotata di una maggiore quantità d’acqua proveniente dal rinnovato acquedotto Traiano-Paolo. I lavori furono affidati a Gian Lorenzo Bernini (1598-1680) che intervenne sulla vasca ottagona posta alla base. Sulle specchiature della vasca venne scolpito lo stemma di Alessandro VII e l’iscrizione commemorativa e al di sopra delle specchiature stesse vennero inserite quattro doppie conchiglie.

Nel 1692 Innocenzo XII Pignatelli (1691-1700) trasformò nuovamente la fontana, affidando i lavori all’architetto Carlo Fontana (1634/38-1714), che ampliò la capacità della vasca, realizzata in travertino, e sostituì le conchiglie berniniane con altre più grandi a valva eretta.Nel 1873, infine, il Comune di Roma ricostruisce la fontana secondo il modello del 1692, utilizzando il bardiglio grigio e aggiungendo un vistoso S.P.Q.R all’esterno delle conchiglie.L’ultimo restauro è stato realizzato nel 1984.


Il Nasone



Il Nasone 
Le fontanelle di Roma costituiscono una rarità mondiale. Credo che sia difficile trovare in altre città del mondo una tale quantità di fontanelle sistemate nelle vie perché siano usate dai cittadini per dissetarsi. Chi non le conosce ? Chi abita qui, le ha usate e le userà sempre ed il turista che viene a Roma per la prima volta, o ne ha sentito parlare da amici che lo hanno preceduto, oppure, quando ci si imbatte , rimane sicuramente sorpreso nel vederle e d’estate rappresentano per lui un bel refrigerio o alternativa all’alto costo della bottiglia della minerale.Sono realizzate in ferro brunito ed hanno una forma caratteristica conosciuta ormai anche fuori dai confini romani. Sembra una piccola colonna con un bel cappellotto intarsiato sopra ed il rubinetto ha una strana forma ricurva. Per questa ragione i romani la battezzarono subito “ il nasone “ poiché il rubinetto sembra un naso. E’ diventata quindi uno dei simboli di Roma conosciuta come il Colosseo, come San Pietro o Fontana di Trevi.

Fontanella (e latrina) a via di S.Michele nel film Accattone


“il nasone“ suscita ricordi che mi riportano all’infanzia, quando la città , ancora vuota di automobili ed altre distrazioni, offriva le fontanelle come punto di ritrovo della strada ove si abitava. Si giocava a palla, ci si rincorreva e poi, sudati, via alla fontanella a rinfrescarsi e magari a lavare graffi procurati nel giuoco. Io abitavo oltre la Basilica di San Giovanni fuori le mura in una bella strada larga, almeno allora lo era, perché le macchine non passavano e ne esistevano poche in giro. Parlo degli anni della guerra, nel 1945, ed io avevo dieci anni. D’estate, prima del pranzo e della cena, mia madre mi chiamava e mi diceva “vai a prendere l’acqua alla fontanella “. Noi eravamo fortunati perché l’avevamo a dieci metri dal portone di casa, così l’acqua in tavola era fresca ed il frigorifero era di là da venire. 

Durante la guerra, quante volte mancava l’acqua in casa ed, allora, con tutti i recipienti che avevamo, dovevamo andare alla fontanella per caricarla per vivere, per cucinare e per i servizi. La fila spesso era lunga.



“Chi è l’ultimo?“  E li ad attendere il turno ed io, bambino, sentivo le “chiacchere“ del vicinato, non i gossip né i pettegolezzi, ma “non si trova il pane”, “il latte è scarso“, “i tedeschi“, “quando finirà questa maledetta guerra“.
E poi, quante volte, durante la fila, suonava la sirena che dava il segnale di un prossimo bombardamento aereo. Allora tutti di corsa al ricovero al riparo dalle bombe e tutti i recipienti rimanevano abbandonati vicino alla fontanella per essere ripresi dopo il passato pericolo.
La fontanella ha visto sfilare accanto anni di vita, buoni e cattivi per tutti, sempre lì ferma e pronta, immobile ed imperturbabile, a renderci il servizio per cui era stata creata.
Ora è tutto diverso. L’acqua fresca l’abbiamo in frigorifero, e se abbiamo sete in strada andiamo al bar ove c’è tutto quello di cui abbiamo bisogno.

Fontana degli 11 zampilli all'orto Botanico



Fontana degli 11 zampilli all'orto botanico

Il ruolo centrale nel disegno di prospettive architettoniche è sicuramente ricoperto dalla Fontanadei Tritoni e dallo scalone monumentale con la Fontana degli 11 zampilli, costruite entrambe nellaseconda metà del 1700. Come primo impianto lo scalone fu fatto probabilmente costruire dallaRegina Cristina di Svezia, che soggiornò nel Casino del Gianicolo (demolito agli inizi di questosecolo per far posto alla statua di Garibaldi) durante alcuni lavori di ristrutturazione del PalazzoRiario. La Fontana dei Tritoni, inizialmente di forma circolare ed in posizione più avanzata rispettoallʹattuale, dopo lʹintervento del Fuga, assunse una gradevole forma mistilinea e si arricchì di duetritoni in travertino che lo zampillo dʹacqua centrale ha lentamente e quasi completamente consunto.

Acquarelo Elgood 1900


La fontana dopo il laborioso restauro del 2008